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Gioacchino Murat in Calabria

Dal Trono di Napoli alla fucilazione di Pizzo Calabro

La figura di Gioacchino Murat è indissolubilmente legata alla Calabria ed alla cittadina di Pizzo, dove l’illustre generale francese venne catturato e fucilato il 13 ottobre 1815 presso il castello aragonese. La città ricorda quegli eventi ogni anno con ricostruzioni in costume e con armi dell’epoca custodite nel castello stesso, noto anche come Castello Murat, divenuto un interessante museo.

Alla Calabria è quindi legata la fine di Murat, che dimostrò anche qui tutto il suo coraggio e la sua forza d’animo. Gioacchino, nato a Labastide-Fortunière (oggi Labastide-Murat), nel Sud della Francia, nel 1767, mise in mostra sin da subito le sue qualità: umile figlio di albergatori, studiò in un collegio religioso da cui venne espulso per insubordinazione ed indisciplina, per poi arruolarsi nell’esercito francese. Qui fece una carriera lampo, che lo portò a divenire ufficiale raggiungendo in poco tempo, grazie al sostegno offerto a Napoleone, il grado di generale.

Dopo aver seguito fedelmente Napoleone nelle sue più trionfali campagne, ne sposò la sorella minore Carolina: questa mossa, indubbiamente lungimirante, gli valse la nomina a Re di Napoli nel 1808 ad opera dello stesso Imperatore e divenne noto in città come Gioacchino Napoleone. In questo periodo il nuovo re avviò un imponente programma di opere pubbliche tra cui l’illuminazione stradale a Reggio Calabria e la tutela dei beni artistici e culturali del Sud Italia: ciò lo rese particolarmente popolare e benvoluto.

Nel terzo anno di regno si trasferì in Calabria, nella frazione Piale di Villa San Giovanni: da qui poteva comandare meglio le operazioni militari contro gli inglesi che proteggevano la Sicilia ed il deposto re bornonico Ferdinando I. In soli tre mesi fece costruire le fortificazioni di Torre Cavallo, Altafiumara e appunto Piale, dotando quest’ultima di una moderna postazione telegrafica. La campagna militare non ebbe buon esito, ma la popolarità di Gioacchino Murat ne uscì incrementata.

Con la partecipazione alle ultime campagne napoleoniche, però, anche l’esercito del Regno di Napoli subì gravissime perdite, che permisero il ritorno dei Borboni, sancito dal Trattato di Casalanza del 20 maggio 1815. Murat fu costretto alla fuga, trovando rifugio presso Rodi Garganico, Foggia. Il suo carattere forte gli impedì di darsi per vinto e decise di raggiungere Napoli via mare, nel tentativo di riprendersi il trono del regno grazie all’appoggio popolare.

Tuttavia, le avverse condizioni del mare d’autunno lo costrinsero a riparare insieme alla sua flotta nel Golfo di Sant’Eufemia. Il programma subì probabilmente una variazione: Murat decise di riconquistare il Regno partendo da Pizzo Calabro. La valutazione fu però drammaticamente errata: la città era saldamente in mani borboniche e l’appoggio popolare tanto agognato mancò.

Gioacchino Murat venne arrestato, incarcerato nel castello aragonese, processato da un tribunale militare e condannato alla fucilazione. Nel castello di Pizzo sono oggi ricostruite le scene principali di questi drammatici momenti finali della sua vita: nella cella è esposto un manichino in abiti d’epoca che ritrae il generale nell’atto di scrivere alla famiglia, mentre nel salone è riproposto il sommario processo militare che ne sentenziò la condanna capitale.

Con la fierezza ed il coraggio che ne aveva accompagnato le imprese militari, Murat chiese ed ottenne di poter comandare egli stesso il suo plotone d’esecuzione. Si racconta che non tradì alcuna emozione e che, prima di dare l’ordine supremo, chiese ai soldati di mirare al cuore risparmiandone il viso. Questi, emozionatissimi e tremanti, mancarono tutti il bersaglio e si trovò costretto a dare nuovamente l’ordine di sparare: questa volta venne ucciso da sette proiettili al petto. Le sue spoglie sono conservate in una fossa comune nella vicina Chiesa di San Giorgio Martire, dove la sua memoria viene onorata da una lapide che ne ricorda il valore ed il coraggio.

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